Le diapositive della mia amica ottuagenaria

Sono vecchio abbastanza da ricordare l’epoca in cui le diapositive erano un emblema della modernità, come lo Zx Spectrum o i filmini Super 8. L’amico che disponeva del proiettore t’invitava di tanto in tanto, con un pizzico di condiscendenza, per condividere il prodigio. Ti accomodavi in poltrona ben prima che cominciasse lo spettacolo, mentre lui – il solo ad avere la sapienza necessaria – srotolava e fissava il candido schermo, poi infilava, una dopo l’altra, le piccole immagini nel caricatore. Infine, con la ritualità di un sacerdote, spegneva la luce e, nell’oscurità, si materializzava un presente diverso, sconosciuto, altrui. Un presente passato ma intrappolato per sempre.
Ho un’amica di oltre ottant’anni, ancora arzilla nonostante mille acciacchi. Non ci incontravamo da un pezzo (anch’io, in quanto ad acciacchi, me la cavo) e allora mi ha detto: “Sai che c’è? Faccio di tutto per organizzare un sabato sera”. E mi ha invitato a vedere le diapositive.
Ormai sono uno strumento datato, direte: per di più senza il fascino del bianco e nero o del vinile. Beh, sono d’accordo. O almeno è quanto credevo anch’io sino alle 20,30 di ieri. Mi sono accomodato in curva – un divano su cui c’è la licenza di stare in piedi, anzi, di saltare – e la mia amica ha predisposto tutto: ha steso un manto color ghiaccio e ha preparato la carrellata di emozioni.
Scandite dal tamburo, le immagini hanno cominciato la loro danza. La classe ubiqua di Canzanello. La voglia infinita di Signoretti. Le geometrie di Caletti. La crescitq incredibile di Schina. Il pattinaggio perpetuo di Pozzi. La generosa potenza di Ilic. E ancora: le uscite sicure di De Biasio, negli spazi angusti tra Scilla e Cariddi. Le chiacchierate di Della Rovere con la panchina avversaria, in una stereofonia di apprezzamenti reciproci. i movimenti perfetti di Conway, che ha tutta l’aria di riuscire sempre a salire sulla metro, nonostante la calca, un istante prima che le porte si chiudano. Le cariche senza timidezza di una terza linea (Canale, Mondon, Nicolao, Olivero…) spavalda e consapevole. Lo sguardo feroce di capitan Silva al colosso Dan Sullivan dopo l’ennesima steccata impunita. La gioia pazza di Colavecchia, che ha capito benissimo dove si trova anche se è l’ultimo arrivato. Il disco di Petrov che si tuffa silenzioso nel sette come un batuffolo di ovatta nella cipria, per testimoniare in modo inequivocabile che no, la traversa non l’ha neppure sfiorata.
Il Cotta è tornato a vibrare all’unisono, e sarà la magia antiquata delle diapositive ma a me è tornato in mente, per un attimo, il Filatoio.
Non so se rivedrò la mia amica ottuagenaria, nei prossimi giorni. Ci siamo salutati con un abbraccio, senza darci appuntamento. È saggio, quando la salute non è al massimo. Ma intanto, beh, io mi tengo libero per sabato prossimo.

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