La turista che non si muoveva da casa

Gli porse la guancia. Lui, sorpreso, cercò di fare lo stesso, ma si avvicinò con la sinistra anziché la destra e poco mancò che si baciassero in bocca, da perfetti sconosciuti.
Poteva avere dieci anni meno di lei, era palesemente europeo e aveva la pelle piuttosto umida. A togliere la donna d’impaccio, scaricando tutto l’imbarazzo sul nuovo arrivato, fu una frase bizzarra: «Desculpe, soy suizo». Era la prima volta che qualcuno si scusava con lei di essere svizzero. Quando capì che voleva dire sucio, sporco, esplose in una gran risata. Lo suizo sucio sarebbe stato il suo ospite per la settimana.
C. era una cinquantenne, flaca, roja, piacente e consapevole di esserlo. Fece strada ad ampie falcate, evitando con maestria sacchi di ciarpame, pennelli, mobili smontati e rotoli di carta da disegno. Sembrava che un piccolo gigante avesse edificato quella casa dopo averne tratto gli elementi dal fustino delle sue costruzioni. Neppure un architetto voglioso di stupire sarebbe riuscito ad affiancare spazi e volumi in modo così caotico. Eppure il disordine aveva un ordine: lo suizo sucio non avrebbe saputo spostare un elemento per rendere l’insieme più armonioso.
C. gli indicò il bagno, la doccia e il suo cuarto, ricavato al piano superiore con un asse scorrevole di masonite atto a separarlo dalla stretta cucina. Scorse negli occhi dell’uomo un misto di curiosità, stupore, timore e piacere, mentre prendeva possesso di quei dodici metri quadri in cui lei era solita concentrare la vita altrui. Lo suizo sucio stava entrando nel suo intimo e ci sarebbe rimasto per sette giorni.
Da poco se n’era andata Agra, una ragazza lettone dalle forme e dai modi sgraziati. L’aveva salutata con riconoscenza ed era prossima ad avvolgerla nel telo dell’oblio, appagata da un nuovo presente.
Non dava mai giudizi su chi ospitava, nella sua casa laboratorio in Calle Washington, nella Ciudad Vieja di Montevideo. Il suo piacere non era condizionato dall’aspetto o dall’indole delle persone. Era la loro semplice presenza, lì, nel suo spazio vitale, a ispirarle un’emozione.
Dai loquaci aveva ricevuto resoconti dettagliati su lavori, affetti e passioni, ma anche i silenziosi erano prodighi di informazioni. Anzi, li preferiva. Le lasciavano libertà di manovra nella scoperta delle loro peculiarità, come fossero città straniere apparentemente indifferenti alla sua visita eppure così vulnerabili e indifese rispetto alla sua voglia e alla sua capacità di osservare.
Lo suizo sucio era uscito dalla doccia, dalla sua doccia. Non era più sucio e non era mai stato suizo. Pensò a cosa lo avesse portato in Uruguay, a cosa avesse lasciato in Italia, a quali fossero le sue paure, al suo rapporto con Dejemos hablar al viento di Onetti, al nome del suo gatto e a quale fosse la bevanda che sorseggiava solitamente, visto che quello che gli stava offrendo era il suo primo mate.
Il primo mate! Come aveva potuto vivere senza, sino a quel momento?

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