El Petisso, il vulcano e l’innocenza del tunnel

Quel giorno, raccontò il vecchio Mazowiecki, il vulcano ebbe un sussulto digestivo e tre ragazze dodicenni, prossime alle nozze, sparirono per sempre da Zacatecoluca. Un arrotino di passaggio, mesi dopo, giurò di averle viste ballare nude in un bordello di San Salvador, ma la verità – sosteneva il vecchio Mazowiecki – era ovviamente un’altra: il Chinchotepec, quel giorno, aveva avuto paura. E come sempre, quando provava un sentimento violento, divorava le vergini in modo compulsivo.

Cosa rendesse così intimi il Chinchotepec, che viveva in quelle lande da un milione di anni, e un canuto polacco capitato in El Salvador al massimo un secolo prima, nessuno poteva saperlo. 
Cosa avesse reso tanto nervoso il vulcano Chinchotepec, invece, lo sapevano tutti. Quel giorno aveva visto la luce el Petisso.

Gli strepiti neonatali furono avvertiti da mezzo paese, che lasciò ogni occupazione per cercare da dove provenissero. Finirono per entrare in trecento nella Catedral, facendo scappare tra i banchi, in tutte le direzioni, le galline di don Pedro Mendoza. Trovarono el Petisso in una cesta, proprio sotto la Virgen de los pobres. Era ancora avvolto nel suo cordone ombelicale. Alla vista dei trecento, smise di strillare. E, da quel momento, misurò con estrema parsimonia ogni espressione vocale.

La Virgen del los pobres si adombrò non poco, quando le portarono via il bambino. Il suo sguardo materno si velò per almeno quattro mesi, al punto che don Pedro Mendoza – per farla svagare – organizzò una processione fuori stagione, portandola in ogni barrio di Zacatecoluca. Con atteggiamento mesto e colpevole, vi presero parte tutte le donne del paese.
La più contrita era Miguelita, la figlia zitella dell’alcalde Facundo Ruiz, che si era arrogata il diritto di tenere con sé il bambino e di imporgli il nome dell’uomo che l’aveva amata per una notte e il mattino appresso aveva avuto l’impudenza di farsi ammazzare in una rissa: Erasmo.
Ma el Petisso non voleva saperne, di restare tutto il giorno nella stanzetta allestita per lui presso l’ayuntamiento. Non sapeva ancora camminare che già si trascinava fuori, all’aria aperta, per rotolarsi nella terra.

Il giorno del suo terzo compleanno, sgattaiolò via di nascosto e scomparve. Il Chinchotepec ebbe un sussulto e l’alcalde Facundo Ruiz convocò il vecchio Mazowiecki per chiedergli se il vulcano avesse cambiato gusti alimentari. Il canuto polacco si limitò a scuotere il capo, abbozzando un mezzo sorriso sarcastico.
Tre giorni dopo, el Petisso ricomparve, sudicio ma in perfetta salute. Non disse una parola, non spiegò come fosse riuscito a sopravvivere, ma il volto e lo sguardo erano diventati quelli di un piccolo adulto, tanto che l’alcalde lo iscrisse alla scuola del convento.

A scuola – dalle pie sorelle di Santa Lucia – el Petisso imparò ben quattro cose: imparò che la Virgen de los pobres era la mamma di tutti, non solo la sua; imparò che la Virgen de los pobres si era guadagnata un ruolo di tutto rispetto salvando il paese dall’eruzione del Chinchotepec, duecento anni prima; imparò che la Virgen de los pobres aveva l’umanissima debolezza di amare le processioni; infine, imparò a giocare a calcio.

Piccolo e rapido come una lucertola, apprese magistralmente l’arte del tunnel. Ogni volta che suor Sagrario, il più arcigno difensore dell’intero dipartimento di La Paz, gli si parava di fronte, alzando il vestito per prepararsi al tackle, lesto el Petisso le faceva scorrere il pallone tra i polpacci muscolosi e pelosi. Poi, prima che suor Sagrario chiudesse le gambe e abbassasse la veste, vi s’infilava lui stesso, per freddare con un gran tiro suor Calvario, portiera suo malgrado sia sul campo sia nel convento.

Il giochetto gli era ormai riuscito 693 volte, come diligentemente computato da suor Milagro, l’economa, quando giunse l’afosissimo giorno dell’Epifania del 19**. Seguendo chissà quale stella, erano giunti in paese tre giganti che nessuno aveva mai veduto, neppure nei bordelli di San Salvador. Don Pedro Mendoza, che con il suo metro e sessantanove era il più alto del paese, non arrivava neppure al mento del più piccolo dei tre. Che infatti dovette piegarsi molto per rompergli il naso con una testata.

I giganti sfondarono la porta del convento e suor Calvario li fece passare impotente, esattamente come i palloni calciati dal Petisso. Si fermarono, tuttavia, di fronte a suor Sagrario, che si era parata loro di fronte alzando il vestito. Ai tre giganti piacque.

Neppure il vecchio Mazowiecki seppe spiegare perché, anziché abbandonarsi allo stupro, i giganti si convinsero ad accettare la sfida di suor Sagrario: le pie sorelle di Santa Lucia si sarebbero concesse loro se i tre giganti le avessero battute in una partita di calcio.

Anche il Chinchotepec aveva un ruolo, naturalmente: da sempre il vulcano verginofago ambiva a soddisfare i suoi languori compulsivi con le fanciulle del paese, senza eccezione alcuna. Ma la Virgen de los pobres, che gli aveva ricacciato in gola la lava, duecento anni prima, gli aveva imposto una condizione: qualunque ragazza avesse preso i voti sarebbe stata al sicuro in convento, purché si fosse conservata illibata. In caso contrario, defraudato del suo diritto, il Chinchotepec avrebbe potuto eruttare tutta la sua rabbia, incenerendo la suora infedele, l’uomo che l’aveva disonorata e, per buon peso, tutta Zacatecoluca.

Non è difficile immaginare la ragione per cui la partita dell’Epifania 19** fu seguita con grande interesse dall’intera comunità. L’alcalde abbracciò commosso suor Calvario, la portiera, suor Sagrario, la terzina, ed el Petisso, l’attaccante. La sopravvivenza del paese – e perfino la possibilità che Miguelita trovasse marito! – era nelle loro mani, anzi, nei loro piedi.

I giganti ebbero l’onore di giocare il primo pallone e il più piccolo tra loro lo calciò con tale violenza che sfondò la rete della porta e danneggiò il campanile della Catedral, che delimitava una delle estremità del campo. Le galline di don Pedro Mendoza starnazzarono e il vulcano borbottò, inquieto.

La gara, nonostante le premesse, si mantenne sull’1-0 a lungo. Ad ogni timido tentativo d’attacco della squadra del convento, dalle tribune si levavano accorate preghiere alla Virgen del los pobres. Ad ogni contrattacco dei giganti, invece, solo la rapidità assolutoria di don Pedro Mendoza impediva alle ingiurie dei tifosi di salire in cielo.

El Petisso era spaesato. Con la sua velocità infastidiva i giganti in fase difensiva, impedendo loro qualsiasi altro tiro. Ma quando tentò di superarne uno palla al piede, con il suo celebre tunnel, una morsa violentissima gli tolse il fiato e la vista: il gigante aveva serrato le gambe e lo stava stritolando tra i polpacci, grandi il doppio di quelli di suor Sagrario. Il Chinchotepec pregustò la sua vendetta e si lasciò scappare una bava incandescente.

Fu allora che scese in campo Miguelita. Tutti pensarono che volesse salvare quello che, in fondo, era ancora il suo bambino. Ma quando si avvicinò al gigante, si arrampicò sul suo corpo possente e lo baciò con foga sulle enormi labbra sporche di tabacco, molti cambiarono idea sulle sue priorità.

Ristabilito l’ordine e l’equilibrio delle forze sul terreno di gioco, la partita poté riprendere. El Petisso, dopo aver sputato un paio di denti da latte, comprese che le sue spettacolari giocate – da sole – non sarebbero bastate, contro una difesa tanto attrezzata. Cercò ripetutamente lo scambio con suor Sagrario, che disputò senza dubbio la sua miglior prestazione di sempre. E per due volte, rinunciando al bel gioco per la concretezza, el Petisso riuscì a trovare la via del gol, regalando la vittoria alla squadra del convento, proteggendo la virtù delle suore e salvando il paese dall’eruzione come la Virgen de los pobres aveva fatto duecento anni prima.

Mentre il popolo portava in trionfo el Petisso, i tre giganti, sconfitti, lasciarono alla chetichella Zacatecoluca. Anche Miguelita sparì per sempre, ma nell’orgasmo della festa nessuno ci badò.

Il vecchio Mazowiecki fu l’unico ad accorgersi che una persona, una sola, aveva il cuore colmo di tristezza: era proprio lui, el Petisso, che in quell’afoso giorno dell’Epifania aveva sacrificato l’innocenza del gioco fine a se stesso, caricandosi sulle spalle il fardello del dovere. E il calciatore che rinuncia alla sfrontatezza del tunnel per il bene della squadra è destinato al cimitero del fútbol: l’Europa.
Fu così che el Petisso, ottenuto dall’alcalde un passaporto intestato ad Erasmo Ruiz, partì per l’Alemania e poi per l’Italia, dove si narra che tuttora guidi la sua squadra alla vittoria, perfino contro uomini normali.

Scritto il 2 giugno 2015, modificato il 10 giugno 2018.
La foto ritrae il centro storico di Zacatecoluca (El Salvador), con la Cattedrale. (Foto di R0ca27 – CC BY-SA 4.0)

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